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LA GIURISDIZIONE INCERTA: DALLA MAGISTRATURA ONORARIA ALLA MAGISTRATURA LAICA O SEMIPROFESSIONALEdiAvv. Francesco Franzese
Chi, quotidianamente, è a contatto con la realtà delle aule di giustizia e non la vive, semplicemente, << per sentito dire >>, in maniera astratta, non può non rendersi conto delle difficoltà e delle incertezze che, da alcuni anni, attanagliano la professione forense.
Chi, ancora oggi, (ed io tra questi) forse in modo anacronistico, ritiene la nostra professione una missione ed assegna ad essa anche una funzione sociale di difesa e tutela dei diritti dei cittadini e non solo una mera attività fonte di guadagni, non può non dolersi di come, essa professione, sia via via sempre più mortificata al ruolo di esercizio tecnico; ad una sorta di continuo salto ad ostacoli, di slalom, di gimcana, tra una modifica e l'altra del codice di rito o di questa o quella, più o meno, comprensibile modificazione o integrazione di una norma, in qualche caso artatamente infilata in provvedimenti legislativi adottati in modo frettoloso e non meditato; spesso -addirittura- ignorando le perplessità, le indicazioni, i suggerimenti, le osservazioni, che provengono dall'avvocatura.
Ed allora, si è sollecitati a svolgere qualche considerazione. Ne sottopongo ai Colleghi alcune -parzialmente oggetto dell'intervento svolto al Congresso AIGA di Matera- un po' per sfogo (ho avuto la fortuna, quale nipote e figlio di avvocati, di vivere - direttamente e indirettamente - tempi diversi ed ai quali, probabilmente, nostalgicamente ritornerei); un po' per provocazione; forse con la speranza di sentirmi dire di essere in errore.
(dall'intervento svolto in occasione del XVII Congresso AIGA, Matera 19/22 ottobre 2000).
( )Il mutamento dei tempi, i processi di globalizzazione dei mercati, anche una maggiore attenzione alla qualità della vita con l'individuazione di nuovi e diversi diritti ed interessi meritevoli di protezione, hanno portato -come naturale conseguenza- da un lato, una crescita della domanda di tutela in sede giurisdizionale, e dall'altro, una modificazione della qualità del traffico giuridico.
All'aumento della domanda di giustizia non è corrisposto, però, un aumento della capacità di risposta da parte del sistema giudiziario, anzi: più giustizia è chiesta, meno ne è data.
In questi ultimi anni abbiamo assistito al varo di numerose riforme, tutte dirette a rendere più rapidamente giustizia, o meglio, ad aumentare la capacità produttiva del sistema.
Ho l'impressione, in verità, che si sia inteso perseguire più logiche di tipo commerciale (della serie: più sentenze pronunciate, più utili per l'azienda), logiche imprenditoriali di efficienza quantitativa, che non adeguare, in termini di qualità, il servizio Giustizia alle nuove istanze.
Ma tali logiche non possono essere applicate al servizio giustizia poiché è innegabile che non sempre a maggiore quantità corrisponde anche qualità del servizio reso.
Eppure, non è certamente sola quantità ciò che la Società chiede allo Stato: quando il cittadino, l'utente, si rivolge al Sistema è per ottenere, almeno, un'adeguata risposta alla domanda di giustizia (sarebbe utopistico pensare che è possibile rendere giustizia !), e non << una qualche risposta >>.
Guai a seguire linee guida diverse; la qualità della pronuncia deve essere sempre alla base di ogni provvedimento, perché non c'è cosa peggiore che avvertire la sensazione, da parte dei cittadini, che vi è mancanza di qualità nel provvedimento reso.
Il rischio al quale si andrebbe, inevitabilmente, incontro, in tale ipotesi, sarebbe quello della ricerca -consentitemi l'eufemismo- di forme alternative per la risoluzione delle vertenze (e non mi riferisco, ovviamente, a Camere di conciliazione, arbitrati, ADR) e tutti siamo consapevoli di come, in particolar modo in alcune aree dove è meno avvertita -a torto o a ragione- la presenza dello Stato, tale rischio, spesso, sia già oggi una certezza.
Ma, comunque, una risposta lo Stato l'ha dovuta dare (in verità anche pressato dalle innumerevoli condanne in sede comunitaria). E, quindi: prima, giudici conciliatori, vice pretori, vice procuratori, giudici popolari di assise, esperti delle sezioni specializzate e del tribunale dei minorenni; poi: Giudice di Pace, G.O.A., G.O.T., Giudice Unico di primo grado, sezioni stralcio, riforme procedurali, riordino delle competenze, processo civile on-line. E che dire in ordine alla costituzione di sezioni specializzate presso i Tribunali distrettuali in materia societaria e commerciale ?
A tutto si è pensato e si continua a pensare, meno che, da un lato, ad una generale ed organica riforma dell'intero sistema giudiziario, anche con la possibile eliminazione di più riti e giurisdizioni ormai privi di giustificazioni e (mutuando dal diritto processuale amministrativo) con l'introduzione nel processo civile dell'istituto della sentenza semplificata previsto dalla L. 205/2000, e dall'altro, a modificare l'immodificabile: il numero dei magistrati togati, prevedendone un congruo aumento.
E pensare che -come ha rilevato il Presidente del C.N.F., Buccico- nel nostro Paese, il numero dei magistrati attualmente esistente è fermo a quello che esisteva nell'immediato periodo post-unitario, con la differenza che il numero dei cittadini, oggi, è quasi triplicato e, aggiungo io, per quei fenomeni di mutamento dei tempi ai quali innanzi facevo riferimento, è notevolmente aumentata la domanda di giustizia.
Un recente studio effettuato dalla Commissione Ordinamento Giudiziario dell'O.U.A., coordinata dalla Collega Rampelli, in occasione della III Conferenza Nazionale dell'Avvocatura di Riva del Garda, ha -tra l'altro- evidenziato che << per assicurare una risposta giurisdizionale adeguata alla complessità della società contemporanea, servono oggi non meno di 25.000 giudici >> a fronte dei circa 20.000 soggetti, fra togati ed onorari, che attualmente esercitano la giurisdizione. Di tali soggetti, il numero dei magistrati onorari è ben superiore a quello dei magistrati togati (gli onorari sono circa 12.000, se i dati in mio possesso non sono errati).
E qui non può non essere affrontato il tema della magistratura onoraria e/o di quella cd. semiprofessionale.
Criticando quella che è stata definita << la perversa logica dell'emergenza e dei provvedimenti tampone, e l'improvvida difesa che la magistratura compie dell'intangibilità dell'organico, >> l'Avvocatura ha sempre ribadito la residualità nel sistema attuale dei giudici onorari, e posto il problema della definizione rigorosa delle loro funzioni e del sistema delle garanzie in ordine alla loro professionalità, indipendenza ed autonomia .
Ciò nonostante, vi è stato, però, da sempre, un esasperato, spasmodico, ricorso all'arruolamento esterno di magistrati onorari, e con modalità di reclutamento non sempre ben chiare (se si esclude la previsione dell'art.106 Cost. per la nomina a consigliere di Cassazione, non esiste, ad esempio, nel quadro normativo vigente, la nomina di magistrato onorario riservata agli avvocati; semmai l'esercizio della professione forense è titolo di preferenza, mai esclusivo, come recita l'art.2, comma 4, della L. n.276/97 di istituzione delle sez. stralcio e di nomina dei GOA).
A questa magistratura onoraria, inizialmente -in verità- anche considerata con rispetto paritario (penso, ovviamente, a quei Vice Pretori che, pur con funzioni supplenti e temporanee, ricoprivano il loro incarico con dignità e stima non solo della classe forense ma anche del cittadino) via via, però, sono state attribuite funzioni giurisdizionali sempre minori ed in settori marginali, quasi a sostenere, riterrei, che -per minori capacità, minore preparazione- poteva essere in grado di trattare solo la cd. materia bagattellare, e la cui funzione doveva essere quella di liberare i magistrati da una serie di piccole questioni, meno degne di un'attenzione più qualificata.
<< Serpeggia nella magistratura (personalmente, credo solo in parte della magistratura, poiché ne conosco innumerevoli qualificati esponenti che hanno dell'Avvocatura grande stima) l'opinione che la media degli avvocati non sia corretta, che sia meno preparata ..... secondo una grande parte dei magistrati noi avvocati siamo di seconda qualità per cui non possiamo noi, se ci mettiamo a fare i magistrati, essere bravi, imparziali, fare il lavoro come va fatto >>; la dichiarazione non è mia, ma ben più qualificata provenendo dall'Avv. Franzo Grande Stevens . Ma se tale opinione è reale, allora mi domando (e non credo di essere tanto ingenuo): perché si continua a richiedere all'avvocatura di << dare una mano >> ?
Il discorso, a questo punto, dovrebbe allargarsi anche alla questione della incompatibilità, così come dichiarata dal C.N.F. nel 1997 (e, personalmente, da me condivisa nella motivazione di fondo), e successivamente smentita dalla Cass. Sez. Unite con la sentenza n. 129 del 12 marzo 1999, ma ci porterebbe lontano.
Certe prassi distorsive, però; alcuni fatti di cronaca; i procedimenti disciplinari e penali a carico di certa magistratura onoraria, sono un dato -ahimè- di fatto.
Sono, questi, episodi che contribuiscono ad ingenerare nel cittadino un sentimento di sfiducia nelle Istituzioni.
La giurisdizione è funzione cardine di ogni società civile: da come la funzione giurisdizionale è organizzata e da come viene concretamente esercitata, è possibile valutare il livello di civiltà raggiunto da una determinata società.
Allora, il problema va spostato.
Se non si dovesse optare per una netta separazione tra ruolo degli avvocati ed esercizio della giurisdizione; se l'aumento della pianta organica dei magistrati togati è intangibile (o quasi); se, quindi, il ricorso a soggetti esterni ai ruoli della magistratura è necessario per rispondere alla crescente domanda di giustizia ed alla quale non si può far fronte con gli organici attuali; se veramente si vogliono realizzare i principi del giusto processo proclamati dal novellato art.111 della Costituzione; allora è indispensabile abbandonare, definitivamente, l'idea della magistratura onoraria e concentrare le energie su una magistratura semiprofessionale o laica.
Posto che l'avvocatura può essere (ma io direi deve essere, nell'eventualità) il serbatoio dal quale attingere le energie che necessitano, occorre puntare sulla formazione, che ben potrà essere (anzi, è auspicabile sia) unica per magistrati togati e soggetti esterni; occorre prevedere pari dignità ed abbandonare quella idea, che pervade almeno parte della magistratura ordinaria, secondo la quale l'avvocatura dovrebbe avere solo un ruolo subalterno ed essere destinata all'esercizio della giustizia bagattellare; occorre rendersi conto che non si possono pretendere riforme a costo zero e che va affrontato anche lo spinoso problema di un'adeguata e soddisfacente retribuzione economica (ma davvero è immaginabile che sia possibile acquisire alla magistratura semiprofessionale o laica un'avvocatura qualificata e preparata, senza riconoscerle uno status giuridico, anche dal punto di vista economico, pari a quello dei magistrati togati che andrebbe ad integrare ?); occorre modificare i criteri di reclutamento, altrimenti si può correre il rischio -paventato dal Presidente del CNF a proposito delle sezioni stralcio- che si arruoli << una avvocatura marginale, perché è una avvocatura che deve interrompere il proprio percorso previdenziale a 55 anni per andare, poi, a lavorare a cottimo. Sicché è una avvocatura che o non ha ricevuto soddisfazioni nella professione in maniera adeguata, e quindi deve cercarle altrove, o si tratta di puri casi di eroismo .. che appartengono ai secoli passati >> .
A tal scopo non ritengo sufficienti le due circolari del CSM approvate il 18 maggio scorso in ordine alle nomine dei GOT e dei viceprocuratori onorari.
I possibili percorsi da, eventualmente, seguire, a mio avviso, sono vari: si può, ad esempio, pensare alla possibilità di ingresso a pieno titolo nei ruoli ordinari della magistratura togata, ed in maniera non precaria, di avvocati che, dotati di particolari requisiti (da individuare) e di particolare esperienza (prendendo, magari, a modello la previsione di cui all'art.106 della Cost. per la possibilità di nomina a Consigliere di Cassazione), e previa idonea formazione, decidano -in maniera definitiva- di dedicarsi all'esercizio della giurisdizione; o, ancora, si può pensare alla possibilità di creare una sorta di doppio binario per la carriera: uno, quello tradizionale, per chi accede alla magistratura per concorso, con la carriera aperta, l'altro, per chi vi accede, invece, per così dire, per titoli, con uno sbarramento al grado di Consigliere di Corte d'Appello.
Il disegno di legge sull'aumento del ruolo organico e disciplina dell'accesso in magistratura, approvato dal Consiglio dei Ministri il 22 marzo scorso, va in questa direzione (anche se -personalmente- nutro qualche perplessità sia in ordine alla ridotta "riserva" del 10% del totale dei posti banditi, sia in ordine alle prove d'esame che, salvo errore, mi sembrano sostanzialmente simili a quelle previste per gli uditori giudiziari, sia in ordine alla collocazione nel ruolo ed al trattamento economico), ma è solo un primo passo, ancorché osteggiato dalla (o da una parte) della magistratura professionale.
Altre, ancora, ovviamente, sono le soluzioni elaborabili. Non spetta a me individuarle.
Le associazioni, l'AIGA per prima, possono elaborare ipotesi e formule, magari in collaborazione proprio con i magistrati.
Ciò che, comunque, deve essere scongiurato è il rischio del formarsi (ma non si è, forse, già concretizzato !) di una giurisdizione di serie A, gestita dalla magistratura togata, e di una giurisdizione di serie B, gestita dalla magistratura onoraria o semiprofessionale o laica che dir si voglia.
L'avvocatura può levare gli scudi a difesa; ne ha la capacità e la forza.
Ne ha anche lo strumento di rappresentanza politica: l'Organismo Unitario dell'Avvocatura.
Una rappresentanza politica unitaria, forte, che rappresenti tutte le componenti dell'avvocatura, pur nella normale dialettica e peculiarità di posizioni, è indispensabile per tale tutela.
L'idea di una rappresentanza politica unitaria voluta e perseguita, nelle varie fasi, dalla classe forense è ancora valida ed è in occasioni come queste che, addirittura, necessita.
Certo, può anche darsi che, nel tempo trascorso da Maratea , il modello debba essere adeguato ai tempi ed alle mutate esigenze; può anche darsi che vi siano difetti nel suo funzionamento; ma i rimedi vi sono: attraverso l'adeguamento dello Statuto (l'elezione diretta dei delegati, ad es., a mio parere, potrebbe già risolvere alcune problematiche in tema di rappresentanza di secondo grado o diretta); ed attraverso, ad es., l'individuazione di rappresentanti ritenuti più idonei.
Ciò che, comunque, non può e non deve essere persa è l'unità della voce di tutti gli avvocati.( )
La giovane avvocatura, sono certo, ed il Congresso in corso ne è la ulteriore prova, continuerà in questo impegno, avviato da tempo, di tutela dei diritti e delle libertà.(Avv. Francesco Francese, già in "Impegno Forense", periodico a cura dell'Ordine degli Avvocati di Nola, n.2/3, luglio-dicembre 2000)
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