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LA TIRANNIA DELL'OPINIONE PUBBLICA (*)

di

Dott. Salvatore Esposito

- www.iussit.it 24.09.2006 -
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La sentenza giusta è un ineluttabile ossimoro o una naturale endiadi?
Secondo Antoine Garapon, il magistrato non deve essere la bouche della maggioranza, né può essere libero di creare ad libitum, le sue sentenze devono innovare quando non è possibile conservare e conservare se la innovazione è il male peggiore.
C'è un altro studioso francese che due secoli prima aveva della maggioranza un certo timore, non foss'altro per aver verificato le conseguenze della furia delle masse popolari che con l'assalto alla Bastiglia nel 1789 travolsero l'Ancien Régime, cambiando il corso della storia.
Il suo nome è Alexis de Tocqueville. Egli non è mai stato un autore popolare né in Italia né in Europa. Il suo aplomb aristocratico trasfuso nel pensiero politico gli ha impedito di agitare le masse come invece hanno saputo fare altri autori del XIX secolo. Il suo è un pensiero critico, privo di parole d'ordine: un toccasana per chi vuole meditare, un sedativo per chi ha voglia di agire senza pensare.
"Io considero empia e detestabile la massima che in materia di governo la maggioranza di un popolo ha il diritto di far tutto; tuttavia pongo nella volontà della maggioranza l'origine di tutti i poteri. Sono forse in contraddizione con me stesso? - si chiedeva Tocqueville - Esiste una legge generale che è stata fatta, o perlomeno adottata, non solo dalla maggioranza di questo o quel popolo, ma dalla maggioranza di tutti gli uomini. Questa legge è la giustizia. La giustizia è dunque il limite del diritto di ogni popolo. Una maggioranza è come una giuria incaricata di rappresentare tutta la società e applicare la giustizia che è la sua legge". La giustizia, dunque, come legge fondamentale del popolo. In democrazia, l'uguaglianza costituisce una condizione irrinunciabile che però rischia di essere spazzata via dalla tirannia della maggioranza, che si manifesta con il privilegio.
La maggioranza di cui parlano Garapon e Tocqueville è quella dei cittadini, ma mentre il primo le attribuisce il significato sociologico di opinione pubblica, il secondo quello politico di elettorato: in pratica due lati della stessa medaglia. Si tratta di una dittatura che si manifesta attraverso quel "sentimento popolare" che costituisce il metro di valutazione dell'operato dei giudici e dove lo scarto
tra le decisioni dei magistrati e il sentire popolare permette di misurare quanto sia giusta o ingiusta una sentenza. Una constatazione che si scontra in primis con la nostra coscienza di cristiani.
I Vangeli raccontano del processo a Gesù di Nazareth e di come la condanna a morte fosse stata comminata in conformità al "sentimento popolare", in quanto voluta proprio dal popolo. "Il crucifige! della folla - afferma Gustavo Zagrebelsky in Il crucifige e la democrazia (Einaudi, 1995) - potrebbe assurgere a prova inconfutabile dell'insensatezza della democrazia", ovvero dell'opinione pubblica
dominante.
Nella Germania di Hitler - ricorda Pietro Calamandrei nelle "Opere giuridiche" - una norma del codice penale permetteva al giudice di punire non solo i fatti previsti dalla legge come reati, ma anche quelli che fossero ritenuti "contrari al sano sentimento del popolo tedesco". Nella Russia post zarista - spiega sempre Calamandrei - il giudice decideva non applicando "norme precostituite, ma dal suo immediato sentimento di uomo politico".
In entrambi i casi "la politica si trasformava in diritto non già ad opera del legislatore, ma del giudice". E in questi casi - secondo Calamandrei - "veramente sententia derivava da sentimento" e questo tipo di giustizia appare troppo lontana dall'essere giusta in quanto "non dà garanzie di uguale trattamento dei casi simili e perché ogni caso è considerato come un unicum", lasciando ogni persona
in balia del magistrato.
Per Calamandrei la sentenza giusta rimane una chimera irraggiungibile anche con riferimento al "sistema della legalità", in cui tra politica e giudice c'è di mezzo solo la legge. È il "sillogismo giudiziale" in cui il giudice si limita a classificare giuridicamente il fatto concreto al suo esame e applica la soluzione prevista dalla legge.
Dunque, la sentenza giusta è quella che è conforme al dettato normativo. I giudici sono "la bouche de la loi" per dirla alla Montesquieu, "esseri inanimati", macchine sillogizzanti.
Ma Calamandrei non ci sta. "Ridurre la funzione del giudice a un puro sillogizzare vuol dire impoverirla, inaridirla, disseccarla… Il pericolo maggiore che in una democrazia minaccia i giudici è il pericolo dell'assuefazione, dell'irresponsabilità anonima". "Non sappiamo che farcene dei giudici di Montesquieu, esseri inanimati, fatti di pura logica. Vogliamo i giudici con l'anima, giudici engagés,
che sappiano portare con vigile impegno umano il grande peso di questa immane responsabilità che è il rendere giustizia".
Dello stesso avviso è Gustavo Zagrebelsky, il quale afferma ne La domanda di giustizia (Einaudi, 2003) "il giudice che è solo scrupoloso osservante passivo della legge non è un buon giudice". Un giudice deve essere indipendente dalla legge, ma quando? Nei "casi difficili - scrive il Presidente emerito della Corte costituzionale, riferendosi alla bioetica - l'indipendenza del giudice protegge non
la soggezione cieca alla legge ma la responsabile ricerca della giustizia, nella, attraverso e, nei casi di conflitto radicale, persino contro la legge".
Dall'altra parte dell'oceano, in contrasto col positivismo giuridico c'è un'altra voce liberale: Ronald Dworkin, di recente in libreria con Justice in Robes (non ancora tradotto in italiano), le robes sono le toghe dei giudici. Secondo il più autorevole filosofo del diritto di scuola liberale nordamericana vivente, può esistere uno "spazio vuoto" di leggi, ma non di diritto, che si manifesta nei sempre più
numerosi "casi difficili". Lo spazio vuoto delle leggi è riempito - secondo Dworkin - dal diritto dei principi giuridici, su cui si fonda la sua dottrina. Questo diritto si colloca prima delle norme poste dal legislatore e circoscrive, orientandole, le decisioni dei giudici. In questo spazio il magistrato deve trovare le risposte ai suoi dubbi: uno spazio equidistante dal "sentimento comune" ma anche dal "sillogismo giudiziale". Un'area di principi giuridici che ci ricorda la legge generale di Tocqueville, norma fondante di tutte le società , in cui risiede la giustizia, pietra d'angolo del diritto.

L'ONERE DELLA PROVA

Nell'ottobre del 1995, dopo 253 giorni di processo e 126 testimoni, la giuria americana dichiara il giocatore di football Orenthal James Simpson non colpevole dell'omicidio della moglie Nicole Brown e del suo amico Ronald Goldsman. L'opinione pubblica è spaccata. L'assoluzione divide gli americani che avevano seguito con pathos le dirette e i dibattiti televisivi e alla fine si erano fatti un'idea diversa
dai giudici. Per larga parte dell'opinione pubblica Simpson è colpevole! Ma la giuria lo ha assolto ritenendo che le prove fornite dall'accusa fossero viziate in quanto raccolte in modo irregolare e la loro valutazione condizionata da un pregiudizio razziale.
Una motivazione che sembra essere condivisa da Dworkin, che in Justice in Robes, elabora una tesi sugli argomenti a cui i giudici possono ricorrere per motivare le loro sentenze. Tra questi, argomenti di natura politica, ma ovviamente non partigiana, religiosi e metafisici, criticando così la dottrina della ragione pubblica di Rawls.
I giudici, come hanno potuto tradire il "sentimento popolare" americano sfidando l'opinione pubblica a stelle e strisce con una sentenza impopolare e rimanere nell'ambito della giustizia?
L'ordinamento giuridico statunitense richiede, pur nella diversità dei riti, standard di prova elevati ("oltre ogni ragionevole dubbio") nei procedimenti penali e invece standard piuttosto bassi ("preponderanza dell'evidenza") in quelli civili.
Quali i motivi di questa differenza?
La spiegazione ce la fornisce in termini speculativi il figlio di un economista: David D. Friedman, più liberista del padre Milton, premio Nobel per l'economia. "La teoria economica è in grado di fornirci una semplice spiegazione: il risultato tipico di una causa civile che veda riconosciute le ragioni dell'attore è il risarcimento patrimoniale cui è obbligato il convenuto nei confronti della parte lesa; la
sentenza di condanna penale che accerti la commissione di un delitto può invece stabilire un periodo di detenzione o addirittura, negli ordinamenti che la contemplano, l'esecuzione capitale". Il problema è tutto nelle conseguenze che in un caso sono patrimoniali e nell'altro sono per così dire esistenziali. Inoltre, "nei procedimenti penali, a differenza che in quelli civili, alla perdita per un soggetto, non
corrisponde un beneficio per un altro e la pena rappresenta principalmente un costo netto piuttosto che un trasferimento". Diversamente avviene nel civile in cui "il risarcimento del danno di per sé non impone alcun costo netto, implicando semplicemente un trasferimento di risorse patrimoniali". Quindi, "un elevato tasso di errore nei giudizi civili implica che se talvolta una delle parti risulta sconfitta in
una controversia che avrebbe dovuto vincere e risarcisce l'altra del danno subito è comunque possibile che, in una diversa causa, i ruoli si invertano e che la parte ingiustamente vittoriosa si trovi a dover ingiustamente corrispondere una somma di denaro a titolo di risarcimento all'altra parte".

Dott. Salvatore Esposito
Direttore Responsabile della Rivista "Impegno Forense"

(*) già pubblicato in Speciale di "Impegno Forense" - Periodico a cura dell'Ordine degli Avvocati di Nola - "GIURISPRUDENZA CIVILE del Tribunale di Nola" - Anno VI - N. 3/4 - Luglio-Dicembre 2005.

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