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SULL'INDENNIZZO DIRETTO
Cenni sull'evoluzione della R.C.A. nel nostro paese

di

Avv. Giuseppe Minniti

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Il cosiddetto "miracolo economico" degli anni '60 portava, tra le altre conseguenze, ad un considerevole aumento dei veicoli in circolazione e, conseguentemente, dei sinistri stradali. Il fenomeno rivelò ben presto un altro problema: i danneggiati raramente vedevano integralmente soddisfatti i loro diritti e ciò, molto spesso, a causa dell'insolvibilità del responsabile. Alla luce di tale rilievo fu necessario, quindi, introdurre l'istituto dell'assicurazione obbligatoria per la responsabilità civile su tutte le autovetture. Tale strumento ha permesso di trasferire il rischio del singolo evento sulla collettività degli automobilisti e, soprattutto, salvaguardava i diritti del danneggiato. Chiaramente non tutto era così semplice e le compagnie assicurative rappresentavano pur sempre una formidabile controparte, inoltre, le liquidazioni in molti casi risultavano inique. In quel periodo, per esempio, la liquidazione delle lesioni aveva ancora una notevole componente classista (il figlio del muratore veniva risarcito come futuro muratore, il figlio del medico come futuro medico). Sono occorsi anni di battaglie e l'instancabile contributo di centinaia di insigni giuristi e medici legali per arrivare, finalmente, alla Sentenza n. 184/86, della Suprema Corte di Cassazione, con cui si introduceva, e definiva, il concetto di "danno biologico". Un concetto, questo, che poneva fine alle ingiustizie perpetrate ai danni delle classi più deboli.
E' innegabile che il contributo della classe forense è stato decisivo per il raggiungimento di questo risultato di grande valore sociale e civile.

La classe forense si è sempre battuta con le armi della Giustizia contro lo strapotere economico delle compagnie senza abbassare mai la guardia. Fino a circa dieci anni fa le tariffe della R.C. auto erano controllate e gli aumenti delle polizze dovevano essere autorizzati. In questo scenario le assicurazioni non potendo aumentare liberamente i prezzi imponevano al contraente la stipula di una seconda polizza dall'importo irrisorio che però era praticamente a rischio zero. Anche questa volta le denuncie della classe forense e l'intervento della Magistratura, che intravedeva in tale comportamento gli estremi del reato di estorsione, posero termine a questo vergognoso abuso.

Con la liberalizzazione delle tariffe si assisteva poi ad un fenomeno "strano", le compagnie procedevano di pari passo all'adeguamento delle tariffe, eppure in regime di libero mercato e di libera concorrenza si sarebbe dovuto verificare il fenomeno inverso, le società si sarebbero dovute fare una "guerra spietata" per accaparrarsi nuovi clienti, ed invece niente di tutto ciò. La conferma che sotto c'era qualcosa di irregolare arrivava puntuale con l'accusa, da parte dell'antitrust, della creazione di un cartello tra le compagnie finalizzato a tenere alti i costi delle polizze. A conferma di tale anomalo andamento l'Istat rilevava che nel periodo che va dal 1996 al 2001 l'incremento delle tariffe era stato dell'80,2 %. Sulla scorta di tali rilievi il Garante della concorrenza e del mercato comminava alle assicurazioni implicate nell'accordo una multa di ben 700 miliardi delle vecchie Lire. Condanna poi confermata dal Consiglio di Stato.

Nonostante tali accuse le compagnie iniziavano una campagna mediatica sul costo esorbitante, secondo loro, che avevano raggiunto i risarcimenti delle lesioni che, sempre secondo il loro punto di vista, rappresentava la vera causa dell'aumento delle polizze. Il governo sensibile a tali rilievi con la L. 57/01 provvedeva a regolamentare gli importi dovuti per le lesioni di lieve entità (le cosiddette micropermanenti, 1-9 %). Tale regolamentazione riduceva nella misura di circa il 30-40 % il valore dei parametri. Tale normativa portava, quindi, ad un risparmio per le compagnie di circa 1,5 miliardi di euro (€ 1.500.000.000). Come conseguenza era lecito aspettarsi un sensibile abbassamento del costo delle polizze, invece arrivava tempestiva la giustificazione: i benefici si potranno avere solo nel medio/lungo periodo. Quanto sia lungo tale periodo non è dato sapere, certo è che, a tutt'oggi, i promessi risparmi non ci sono stati.

Con il D.M. 3 luglio 2003 venivano poi statuiti i cosiddetti "baremes medico legali", tabelle queste con cui si ridefinivano i punti da assegnare alle lesioni. Anche in questo caso la ridefinizione, da parte di una commissione formata soprattutto da medici legali legati alle compagnie, abbassava tutti i parametri riducendo, di conseguenza, ulteriormente gli importi da liquidare. Anche in questo caso i sensibili risparmi ottenuti sui costi dei risarcimenti non sono mai stati trasferiti ai contraenti.

Con il decreto legge 27.6.2003 n. 151, convertito con modifiche dalla legge 1 agosto 2003 n. 214., veniva istituita in Italia la patente a punti. L'ADUSBEF (associazione dei consumatori) esultava e dichiarava: "La riduzione degli incidenti, seguita all'introduzione della patente a punti, dovrebbe portare a un calo delle tariffe R.C. auto del 13% rispetto al 2003" (ANSA 23/4/2004). Con questo provvedimento effettivamente si registrava una sensibile riduzione dei sinistri stradali (-14,53% nel primo anno), inoltre, si registrava pure un calo del 18,75% dei decessi e del 17,92% dei feriti (dati Polizia Stradale).
Naturalmente nessun riscontro sui premi assicurativi.

Nel periodo che va' dal 1999 al 2004 i furti d'auto sono calati anch'essi in maniera significativa:
1999 -7,26%
2000 -15,41%
2001 -5,2%
2002 -3,78%
2003 -4,9%
2004 -5,07% (dati Centro Europeo Studi Criminologici)
tutto ciò si traduce in una riduzione di circa ottantamila (80.000) furti d'auto all'anno, con un risparmio per le compagnie stimato in circa settecentocinquantamilioni di euro (€ 750.000.000).
Inutile dire che alcun effetto si è riscontrato sulle polizze.

Di contro rileviamo che secondo i dati ISVAP il totale dei premi assicurativi incassato nel 2004 ammonta ad oltre cento miliardi di euro (€ 100.000.000.000) con un incremento rispetto al 2003 del 4%. L'utile complessivo realizzato in tale periodo ammonta ad oltre cinque miliardi di euro (€ 5.000.000.000). In particolare il comparto auto ha avuto un incremento dell'utile di circa il 60%, passando da un utile di 1,7 miliardi di euro (€ 1.700.000.000) a 2,6 miliardi di euro (€ 2.600.000.000.000). E' evidente che se i risparmi continuano a crescere per effetto di tutti i predetti provvedimenti normativi e le polizze non diminuiscono, anzi aumentano, gli utili del 2005 saranno ancora migliori.

Con il decreto legislativo 7 settembre 2005, n.209 veniva introdotto nel nostro paese l'indennizzo diretto che, secondo una stima priva di qualsiasi riscontro, dovrebbe portare ad una riduzione delle tariffe del 15%. Esattamente due ore dopo che il Ministro Scajola, all'uscita della seduta del Consiglio dei Ministri, aveva dato la notizia e paventato tale risparmio compariva sul sito dell'ANIA la seguente precisazione: "un effetto sui premi assicurativi si potrà avere solo nel medio periodo".
Corsi e ricorsi storici, come insegna Giambattista Vico la storia si ripete, ben vengano le norme che possano portare ad un risparmio sul costo dei risarcimenti ma i premi che centrano? Quelli verranno valutati dalle compagnie con calma e cautela, molta cautela.

Intanto, come se non bastasse tutto ciò, ecco arrivare la bozza di decreto attuativo dove, all'art. 9, si precisa che in fase stragiudiziale non saranno riconosciuti oneri accessori ad eccezione di quelli inerenti l'intervento del medico legale. Tradotto: se il cittadino chiede assistenza ad un legale, nella fase stragiudiziale, lo fa a proprie spese. Con buona pace del diritto alla difesa costituzionalmente sancito.
Sottolineare la gravità di tale esclusione è superfluo, il cittadino, privo di assistenza tecnica, sarà completamente in balia dello strapotere della compagnia di turno. Attualmente i costi accessori (onorari, spese di giustizia, consulenze, ecc. ecc.) sono stimati nella misura del 15-20% del costo dei sinistri, pensare che le compagnie possano azzerare tali costi e poi trasferiscano interamente tali risparmi sui costi delle polizze è utopia!
L'ex presidente dell'ANIA, Alfonso Desiata, è stato fermo nell'affermare: "tutti i sistemi che hanno previsto l'indennizzo diretto hanno visto aumenti di danni e spese e quindi di premi. E' stato un disastro dappertutto"
Comunque, ammesso e non concesso, che tali risparmi si registrino è lecito aspettarsi che solo una parte di questi sia trasferita al costo delle polizze, ipoteticamente diciamo il 5%, a questo punto la domanda è: Vale la pena rinunciare al diritto alla difesa per risparmiare un misero 5%? Si tratta di 0,13 euro al giorno ipotizzando un premio di mille euro l'anno.
Così poco vale la tutela dei nostri diritti?
Per così poco la diamo via?
Invece di andare a comprimere ulteriormente i diritti del contraente più debole non sarebbe più utile dare uno sguardo ai giochetti nei bilanci delle compagnie?
Un attenta analisi delle riserve sui sinistri potrebbe rivelarsi illuminante.
Se poi si andasse a verificare l'efficienza con cui operano gli istituti assicurativi le sorprese, in negativo, sarebbero veramente eclatanti.
L'abacus in una attenta analisi del modus operandi degli istituti assicurativi, ha riscontrato che "il 91% del personale opera in aree territoriali di competenza molto vaste, comprendenti una provincia (19%), più province (32%), una regione (12%), più regioni (28%). Ciò impone, al 77% dei danneggiati, una percorrenza di oltre 50 Km per raggiungere la sede del liquidatore, con un tempo medio di viaggio di ben 110 minuti. Il 63% delle strutture di liquidazione, infatti, risulta incentrato su ispettorati o centri di liquidazione mentre il 37% è insediato nelle agenzie, molto diffuse e agevolmente raggiungibili. La scelta delle compagnie di attribuire carichi di lavoro molto elevati agli operatori (il 40% tratta più di 1.500 sinistri) e di trasferire i costi chilometrici e i tempi di percorrenza all'utenza determina tempi lunghi nella gestione del sinistro e difficoltà di contattare il liquidatore, anche telefonicamente e incentiva quindi i danneggiati a rivolgersi a patrocinatori, con l'evidente - e rilevato - aggravio del costo medio dei danni (e delle tariffe)". Forse basterebbe aumentare l'efficienza delle imprese per ottenere una significativa riduzione dei costi.

Concludendo l'unica cosa certa in tutta questa vicenda è che se l'indennizzo diretto vedrà la luce i danneggiati, la parte più debole, perderanno di fatto il diritto, costituzionalmente garantito, alla difesa. Di contro, come l'esperienza insegna, non si registrerà alcun risparmio sui costi delle polizze, anzi, sicuramente assisteremo ad un significativo aumento degli utili delle compagnie. Forse è il caso, alla luce di tutti i provvedimenti che hanno già favorito i bilanci delle compagnie a scapito dei danneggiati senza che dagli istituti giungessero gli attesi segnali, forse è il caso, ripetiamo, di riconsiderare l'introduzione di un istituto, quale l'indennizzo diretto, che non è di certo la soluzione ad un problema che ha, invece, sede nei bilanci e nell'organizzazione d'impresa delle assicurazioni
Compito della classe forense in questa vicenda è quello di tentare in tutti i modi di evitare che questa enorme ingiustizia vanifichi anni di raffinata evoluzione giuridica, un'evoluzione che ha contribuito in maniera significativa a quel processo di crescita civile di cui il nostro paese, considerato da tutti la culla del diritto, va' orgogliosamente fiero.
Un gruppo di avvocati napoletani sta dando vita ad un'associazione la cui prima battaglia sarà quella di contrastare con ogni mezzo ed in ogni sede l'approvazione e l'entrata in vigore dell'indennizzo diretto.
Per tutti coloro che sono interessati a ricevere ulteriori informazioni possono scrivere all'indirizzo giuseppe_minniti@hotmail.com.
Napoli 6/2/06
Avv. Giuseppe Minniti

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a cura di     Avv. Pietro D'Antò
 

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