Il cosiddetto "miracolo economico" degli anni '60 portava,
tra le altre conseguenze, ad un considerevole aumento dei veicoli in
circolazione e, conseguentemente, dei sinistri stradali. Il fenomeno
rivelò ben presto un altro problema: i danneggiati raramente
vedevano integralmente soddisfatti i loro diritti e ciò, molto
spesso, a causa dell'insolvibilità del responsabile. Alla luce
di tale rilievo fu necessario, quindi, introdurre l'istituto dell'assicurazione
obbligatoria per la responsabilità civile su tutte le autovetture.
Tale strumento ha permesso di trasferire il rischio del singolo evento
sulla collettività degli automobilisti e, soprattutto, salvaguardava
i diritti del danneggiato. Chiaramente non tutto era così semplice
e le compagnie assicurative rappresentavano pur sempre una formidabile
controparte, inoltre, le liquidazioni in molti casi risultavano inique.
In quel periodo, per esempio, la liquidazione delle lesioni aveva ancora
una notevole componente classista (il figlio del muratore veniva risarcito
come futuro muratore, il figlio del medico come futuro medico). Sono
occorsi anni di battaglie e l'instancabile contributo di centinaia di
insigni giuristi e medici legali per arrivare, finalmente, alla Sentenza
n. 184/86, della Suprema Corte di Cassazione, con cui si introduceva,
e definiva, il concetto di "danno biologico". Un concetto,
questo, che poneva fine alle ingiustizie perpetrate ai danni delle classi
più deboli.
E' innegabile che il contributo della classe forense è stato
decisivo per il raggiungimento di questo risultato di grande valore
sociale e civile.
La classe forense si è sempre battuta con le armi della Giustizia
contro lo strapotere economico delle compagnie senza abbassare mai la
guardia. Fino a circa dieci anni fa le tariffe della R.C. auto erano
controllate e gli aumenti delle polizze dovevano essere autorizzati.
In questo scenario le assicurazioni non potendo aumentare liberamente
i prezzi imponevano al contraente la stipula di una seconda polizza
dall'importo irrisorio che però era praticamente a rischio zero.
Anche questa volta le denuncie della classe forense e l'intervento della
Magistratura, che intravedeva in tale comportamento gli estremi del
reato di estorsione, posero termine a questo vergognoso abuso.
Con la liberalizzazione delle tariffe si assisteva poi ad un fenomeno
"strano", le compagnie procedevano di pari passo all'adeguamento
delle tariffe, eppure in regime di libero mercato e di libera concorrenza
si sarebbe dovuto verificare il fenomeno inverso, le società
si sarebbero dovute fare una "guerra spietata" per accaparrarsi
nuovi clienti, ed invece niente di tutto ciò. La conferma che
sotto c'era qualcosa di irregolare arrivava puntuale con l'accusa, da
parte dell'antitrust, della creazione di un cartello tra le compagnie
finalizzato a tenere alti i costi delle polizze. A conferma di tale
anomalo andamento l'Istat rilevava che nel periodo che va dal 1996 al
2001 l'incremento delle tariffe era stato dell'80,2 %. Sulla scorta
di tali rilievi il Garante della concorrenza e del mercato comminava
alle assicurazioni implicate nell'accordo una multa di ben 700 miliardi
delle vecchie Lire. Condanna poi confermata dal Consiglio di Stato.
Nonostante tali accuse le compagnie iniziavano una campagna mediatica
sul costo esorbitante, secondo loro, che avevano raggiunto i risarcimenti
delle lesioni che, sempre secondo il loro punto di vista, rappresentava
la vera causa dell'aumento delle polizze. Il governo sensibile a tali
rilievi con la L. 57/01 provvedeva a regolamentare gli importi dovuti
per le lesioni di lieve entità (le cosiddette micropermanenti,
1-9 %). Tale regolamentazione riduceva nella misura di circa il 30-40
% il valore dei parametri. Tale normativa portava, quindi, ad un risparmio
per le compagnie di circa 1,5 miliardi di euro (€ 1.500.000.000).
Come conseguenza era lecito aspettarsi un sensibile abbassamento del
costo delle polizze, invece arrivava tempestiva la giustificazione:
i benefici si potranno avere solo nel medio/lungo periodo. Quanto sia
lungo tale periodo non è dato sapere, certo è che, a tutt'oggi,
i promessi risparmi non ci sono stati.
Con il D.M. 3 luglio 2003 venivano poi statuiti i cosiddetti "baremes
medico legali", tabelle queste con cui si ridefinivano i punti
da assegnare alle lesioni. Anche in questo caso la ridefinizione, da
parte di una commissione formata soprattutto da medici legali legati
alle compagnie, abbassava tutti i parametri riducendo, di conseguenza,
ulteriormente gli importi da liquidare. Anche in questo caso i sensibili
risparmi ottenuti sui costi dei risarcimenti non sono mai stati trasferiti
ai contraenti.
Con il decreto legge 27.6.2003 n. 151, convertito con modifiche dalla
legge 1 agosto 2003 n. 214., veniva istituita in Italia la patente a
punti. L'ADUSBEF (associazione dei consumatori) esultava e dichiarava:
"La riduzione degli incidenti, seguita all'introduzione della patente
a punti, dovrebbe portare a un calo delle tariffe R.C. auto del 13%
rispetto al 2003" (ANSA 23/4/2004). Con questo provvedimento effettivamente
si registrava una sensibile riduzione dei sinistri stradali (-14,53%
nel primo anno), inoltre, si registrava pure un calo del 18,75% dei
decessi e del 17,92% dei feriti (dati Polizia Stradale).
Naturalmente nessun riscontro sui premi assicurativi.
Nel periodo che va' dal 1999 al 2004 i furti d'auto sono calati anch'essi
in maniera significativa:
1999 -7,26%
2000 -15,41%
2001 -5,2%
2002 -3,78%
2003 -4,9%
2004 -5,07% (dati Centro Europeo Studi Criminologici)
tutto ciò si traduce in una riduzione di circa ottantamila (80.000)
furti d'auto all'anno, con un risparmio per le compagnie stimato in
circa settecentocinquantamilioni di euro (€ 750.000.000).
Inutile dire che alcun effetto si è riscontrato sulle polizze.
Di contro rileviamo che secondo i dati ISVAP il totale dei premi assicurativi
incassato nel 2004 ammonta ad oltre cento miliardi di euro (€ 100.000.000.000)
con un incremento rispetto al 2003 del 4%. L'utile complessivo realizzato
in tale periodo ammonta ad oltre cinque miliardi di euro (€ 5.000.000.000).
In particolare il comparto auto ha avuto un incremento dell'utile di
circa il 60%, passando da un utile di 1,7 miliardi di euro (€ 1.700.000.000)
a 2,6 miliardi di euro (€ 2.600.000.000.000). E' evidente che se
i risparmi continuano a crescere per effetto di tutti i predetti provvedimenti
normativi e le polizze non diminuiscono, anzi aumentano, gli utili del
2005 saranno ancora migliori.
Con il decreto legislativo 7 settembre 2005, n.209 veniva introdotto
nel nostro paese l'indennizzo diretto che, secondo una stima priva di
qualsiasi riscontro, dovrebbe portare ad una riduzione delle tariffe
del 15%. Esattamente due ore dopo che il Ministro Scajola, all'uscita
della seduta del Consiglio dei Ministri, aveva dato la notizia e paventato
tale risparmio compariva sul sito dell'ANIA la seguente precisazione:
"un effetto sui premi assicurativi si potrà avere solo nel
medio periodo".
Corsi e ricorsi storici, come insegna Giambattista Vico la storia si
ripete, ben vengano le norme che possano portare ad un risparmio sul
costo dei risarcimenti ma i premi che centrano? Quelli verranno valutati
dalle compagnie con calma e cautela, molta cautela.
Intanto, come se non bastasse tutto ciò, ecco arrivare la bozza
di decreto attuativo dove, all'art. 9, si precisa che in fase stragiudiziale
non saranno riconosciuti oneri accessori ad eccezione di quelli inerenti
l'intervento del medico legale. Tradotto: se il cittadino chiede assistenza
ad un legale, nella fase stragiudiziale, lo fa a proprie spese. Con
buona pace del diritto alla difesa costituzionalmente sancito.
Sottolineare la gravità di tale esclusione è superfluo,
il cittadino, privo di assistenza tecnica, sarà completamente
in balia dello strapotere della compagnia di turno. Attualmente i costi
accessori (onorari, spese di giustizia, consulenze, ecc. ecc.) sono
stimati nella misura del 15-20% del costo dei sinistri, pensare che
le compagnie possano azzerare tali costi e poi trasferiscano interamente
tali risparmi sui costi delle polizze è utopia!
L'ex presidente dell'ANIA, Alfonso Desiata, è stato fermo nell'affermare:
"tutti i sistemi che hanno previsto l'indennizzo diretto hanno
visto aumenti di danni e spese e quindi di premi. E' stato un disastro
dappertutto"
Comunque, ammesso e non concesso, che tali risparmi si registrino è
lecito aspettarsi che solo una parte di questi sia trasferita al costo
delle polizze, ipoteticamente diciamo il 5%, a questo punto la domanda
è: Vale la pena rinunciare al diritto alla difesa per risparmiare
un misero 5%? Si tratta di 0,13 euro al giorno ipotizzando un premio
di mille euro l'anno.
Così poco vale la tutela dei nostri diritti?
Per così poco la diamo via?
Invece di andare a comprimere ulteriormente i diritti del contraente
più debole non sarebbe più utile dare uno sguardo ai giochetti
nei bilanci delle compagnie?
Un attenta analisi delle riserve sui sinistri potrebbe rivelarsi illuminante.
Se poi si andasse a verificare l'efficienza con cui operano gli istituti
assicurativi le sorprese, in negativo, sarebbero veramente eclatanti.
L'abacus in una attenta analisi del modus operandi degli istituti assicurativi,
ha riscontrato che "il 91% del personale opera in aree territoriali
di competenza molto vaste, comprendenti una provincia (19%), più
province (32%), una regione (12%), più regioni (28%). Ciò
impone, al 77% dei danneggiati, una percorrenza di oltre 50 Km per raggiungere
la sede del liquidatore, con un tempo medio di viaggio di ben 110 minuti.
Il 63% delle strutture di liquidazione, infatti, risulta incentrato
su ispettorati o centri di liquidazione mentre il 37% è insediato
nelle agenzie, molto diffuse e agevolmente raggiungibili. La scelta
delle compagnie di attribuire carichi di lavoro molto elevati agli operatori
(il 40% tratta più di 1.500 sinistri) e di trasferire i costi
chilometrici e i tempi di percorrenza all'utenza determina tempi lunghi
nella gestione del sinistro e difficoltà di contattare il liquidatore,
anche telefonicamente e incentiva quindi i danneggiati a rivolgersi
a patrocinatori, con l'evidente - e rilevato - aggravio del costo medio
dei danni (e delle tariffe)". Forse basterebbe aumentare l'efficienza
delle imprese per ottenere una significativa riduzione dei costi.
Concludendo l'unica cosa certa in tutta questa vicenda è che
se l'indennizzo diretto vedrà la luce i danneggiati, la parte
più debole, perderanno di fatto il diritto, costituzionalmente
garantito, alla difesa. Di contro, come l'esperienza insegna, non si
registrerà alcun risparmio sui costi delle polizze, anzi, sicuramente
assisteremo ad un significativo aumento degli utili delle compagnie.
Forse è il caso, alla luce di tutti i provvedimenti che hanno
già favorito i bilanci delle compagnie a scapito dei danneggiati
senza che dagli istituti giungessero gli attesi segnali, forse è
il caso, ripetiamo, di riconsiderare l'introduzione di un istituto,
quale l'indennizzo diretto, che non è di certo la soluzione ad
un problema che ha, invece, sede nei bilanci e nell'organizzazione d'impresa
delle assicurazioni
Compito della classe forense in questa vicenda è quello di tentare
in tutti i modi di evitare che questa enorme ingiustizia vanifichi anni
di raffinata evoluzione giuridica, un'evoluzione che ha contribuito
in maniera significativa a quel processo di crescita civile di cui il
nostro paese, considerato da tutti la culla del diritto, va' orgogliosamente
fiero.
Un gruppo di avvocati napoletani sta dando vita ad un'associazione la
cui prima battaglia sarà quella di contrastare con ogni mezzo
ed in ogni sede l'approvazione e l'entrata in vigore dell'indennizzo
diretto.
Per tutti coloro che sono interessati a ricevere ulteriori informazioni
possono scrivere all'indirizzo giuseppe_minniti@hotmail.com.
Napoli 6/2/06
Avv. Giuseppe Minniti