Nola-Tribunale /Ordine Avvocati Nola / HOME /Avvertenze legali

...


.

LA GIUSTIZIA NELLO STATO DI DIRITTO (*)

di

Dott. Salvatore Esposito

- www.iussit.it 24.09.2006 -
_______________________________________

L'obbedienza alla legge da parte di ogni autorità e la soggezione ad essa da parte di tutti i cittadini, rappresentano i pilastri dello stato di diritto e i principi basilari della civiltà giuridica.
Attraverso l'obbedienza alla legge è garantito il bene comune, cui la norma, almeno presuntivamente, mira; con la soggezione dei singoli alle leggi è assicurata la libertà di tutti, evitando di cadere nell'anarchia. L'esempio più eroico di obbedienza alle leggi resta Socrate. Condannato a morte innocente, si oppose ai tentativi dell'amico Critone di farlo fuggire dal carcere, perché il buon cittadino, spiegò, deve obbedire alle leggi, sempre! Anche se sono a suo danno. E a chi protestava perché i giudici lo avevano condannato innocente, disse: "Avreste preferito che morissi colpevole?".
Anche quando si seguono le statuizioni della norma giuridica non si persegue (sempre) la giustizia. Il fatto che una sentenza sia fondata sulla legge non significa affatto che quello applicato sia l'unico schema indicato dalla legge stessa, bensì è solo una fra le norme individuali che sono possibili entro lo schema della norma generale.
La giustizia - secondo Hans Kelsen (in "Lineamenti di dottrina pura del diritto") - è semplicemente l'espressione dell'ordinamento sociale giusto, d'un ordinamento che raggiunge completamente il suo scopo in quanto soddisfa tutti e permette di raggiungere la felicità sociale. In pratica è un'utopia. Ecco perché la giustizia viene rappresentata da Kelsen come un ordinamento superiore che sta di fronte al diritto positivo e che è diverso da questo.
Se allora la norma non garantisce la giustizia, come è possibile avere
sentenze giuste?
La certezza del diritto, che si realizza attraverso l'uniformità dell'interpretazione della legge, è un valore del quale la società non può fare a meno, in quanto consente la prevedibilità delle decisioni.
In Gran Bretagna, il diritto non è codificato come quello italiano, ma è comune (common law), ovvero basato sulle sentenze dei giudici. Di conseguenza, l'ordinamento giudiziario inglese ha la necessità di assicurare una reale ed effettiva indipendenza dei magistrati, perché sono costoro a "creare il diritto" con le loro pronunce. Nel paese d'oltremanica l'indipendenza non è data dalla separazione dei poteri, piuttosto dal principio fondamentale della soggezione alla legge di ogni pubblica autorità, secondo la regola del rule of law, che emancipa i giudici dai voleri di colui che li nomina.
Anche questo sistema giuridico, però, non impedisce di avere sentenze
ingiuste.
Se guardiamo alla sentenza come espressione di un potere attribuito ad un uomo di giudicare l'operato di un altro uomo, ci rendiamo conto di trovarci di fronte a un potere forte che lo stato di diritto ha cercato di ingabbiare dentro i confini stabiliti dall'ordinamento giuridico. E, nello stesso tempo, di quanto sia difficile trovare una mediazione tra "libero arbitrio" e "servo arbitrio" alle leggi statuali. Una dicotomia laica, difficile da accettare per fede aprioristicamente ma da valutare e giudicare nella sua opportunità solo caso per caso.
Vero è che non possiamo negare la legittimità e a volte la necessità di quei mutamenti giurisprudenziali riconducibili a effettivi cambiamenti della situazione storico-sociale di un Paese, che permettono di guarire dall'inerzia del legislatore. Non è possibile garantire la giustizia con la mera osservanza della legge quando la legge è ingiusta. Il mito di Antigone e il brocardo "dura lex sed lex" non sono più gli unici riferimenti del giudice moderno.
A questo punto, la soluzione sembra a portata di mano: la sentenza giusta si ottiene con l'emancipazione del giudice dalla norma, ma così rischiamo pericolosamente di perdere contatto con lo stato di diritto.
Un dotto giurista modenese del '600, l'avvocato Ludovico Antonio Muratori, discorrendo Dei difetti della giurisprudenza, affermò lapidario che "impossibil cosa è il guarir da' suoi mali la giurisprudenza". Individuando tali mali nella pluralità delle opinioni dei giudici, da cui deriva la babele intepretativa delle leggi, nell'oscurità del dato normativo e nella frammentarietà e prolissità dei testi. Difetti, che a distanza di quattro secoli, brillano ancora per attualità. Prima ancora di scivolare in un rassegnato pessimismo storico, guardiamo alla giurisdizione non come un potere, ma come una funzione, che è produzione di diritto nel vero senso della parola. Da questa prospettiva, la sentenza è di per se stessa una norma giuridica individuale: continuazione di quel processo di produzione del diritto che dalla norma generale arriva a quella individuale.
È nello svolgimento di questa funzione che i giudici diventano realmente i "custodi dei diritti" o, come più efficacemente ha scritto Antoine Garapon, "gardien des promesses", ove "promessa" va tradotta in quel vincolo giuridico, fondamento del contratto sociale ispiratore dei principi di ogni bill of rights.
Un potere che Garapon definisce "inedito" perché nasce dalla concezione aristocratica di Montesquieu, dalla noblesse de robe, si consolida nella concezione napoleonica del giudice come servitore dello Stato e bouche de la loi, e giunge ai tempi nostri minato dalla "tentazione populista".
Una pericolosa deriva che si manifesta con la spettacolarizzazione della giustizia, che crea l'illusione dannosa di una democrazia diretta dell'azione giudiziaria e nel contempo stravolge il concetto stesso di giustizia portandolo fuori dalle aule giudiziarie.
Una spirale perversa che stritola l'imputato tra prematuri giudizi popolari e invocate condanne esemplari e trasforma i cittadini in giudici popolari, divisi tra colpevolisti e innocentisti.
In questo modo, i media offrono ai cittadini una visione distorta e una rappresentazione deformata della giustizia. Il processo diviene spettacolo, il giudice ne è il protagonista assoluto, nella coscienza popolare si anticipa il giudizio e la condanna nei confronti di coloro che, prima ancora che una sentenza lo sancisca, sono considerati colpevoli dai mezzi di comunicazione e dalla collettività.
Sullo sfondo, il principio della presunzione di innocenza fino a sentenza passata in giudicato sbiadisce, si confonde tra le coscienze individuali e collettive.
Quale deve essere allora la funzione del giudice moderno?
Secondo Garapon il magistrato non deve essere la bouche della maggioranza, né può essere libero di creare ad libitum. Deve osservare le regole dell'interpretazione e i valori costituzionali e comunitari. Deve innovare quando non è possibile conservare e conservare se la innovazione è il male peggiore.

Dott. Salvatore Esposito
Direttore Responsabile della Rivista "Impegno Forense"

(*) già pubblicato in Speciale di "Impegno Forense" - Periodico a cura dell'Ordine degli Avvocati di Nola - "Giurisprudenza in materia penale del Tribunale di Nola" - Anno V - N. 4 - Ottobre-Dicembre 2004.

...
  ..  

    _______________________IUS SIT  www.iussit.it ______________________
 Nola-Tribunale / Ordine degli Avvocati di Nola  /  HOME  /  Presentazione-Avvertenze legali
______________________________________________________
-tutti i diritti riservati-